Mai dire Cai

Quello di Alitalia era il primo banco di prova per il sindacato in questa stagione autunnale, poi verranno la riforma dei contratti da stipulare con Confindustria e i contratti del pubblico impiego che il ministro Renato Brunetta vuole collegare a un’effettiva azione per il recupero di produttività della burocrazia. Leggi Il ritratto di Roberto Colaninno di Alan Patarga
19 SET 08
Ultimo aggiornamento: 18:32 | 16 AGO 20
Immagine di Mai dire Cai
Quello di Alitalia era il primo banco di prova per il sindacato in questa stagione autunnale, poi verranno la riforma dei contratti da stipulare con Confindustria e i contratti del pubblico impiego che il ministro Renato Brunetta vuole collegare a un’effettiva azione per il recupero di produttività della burocrazia. Si tratta di scegliere tra un posizionamento nuovo, che abbandoni le antiche pratiche e le antiche certezze che hanno prodotto pochissimo per i lavoratori – è sostanzialmente la proposta della Cisl – e un arroccamento rabbiosamente difensivo, destinato alla sconfitta ma capace di provocare danni consistenti. La Cgil è divisa al proprio interno su questa scelta e per giunta deve affrontarla con un gruppo dirigente non ancora affiatato dopo l’ampio rimaneggiamento della segreteria imposto da Guglielmo Epifani, che, per parte sua, ondeggia da una prospettiva all’altra senza una bussola certa.
Basta guardare com’è andata la vicenda Alitalia. La Cgil prima ha puntato a non impegnarsi, Epifani (nella foto) non ha partecipato ai primi incontri con l’idea di rinviare sempre il momento nel quale bisognava decidere. Poi ha accettato il piano industriale, insieme con le altre confederazioni, salvo poi ritirarsi per dare copertura alle richieste delle rappresentanze professionali. L’idea, forse, era quella di lasciare il cerino in mano alla controparte, chiedendo una nuova trattativa a tempo scaduto, ma naturalmente il gioco è saltato. La tesi di Epifani, secondo il quale per “allargare il consenso”, come ha detto testualmente, la strada migliore era quella di appoggiare il dissenso, oltre che paradossale è apparsa immediatamente suicida. C’è chi pensa che, però, in questo modo il segretario della Cgil potrà presentarsi al raduno democratico per “salvare l’Italia” del 25 ottobre come l’uomo che ha fatto fallire il disegno di Silvio Berlusconi su Alitalia. Può darsi che questo gli serva per ottenere una posizione di rilievo nelle liste elettorali europee del suo partito, anche se presentarsi come il partito del fallimento in generale non porta molta fortuna.
Può darsi che non tutto quel che è accaduto facesse parte di un disegno lucidamente ostruzionistico, come pensano sia i dirigenti della Cisl e della Uil sia il ministro Maurizio Sacconi (nel disegno). Epifani aveva combinato un pasticcio tremendo anche nell’ultima trattativa con il governo di centrosinistra, quando dopo aver firmato tornò alla Cgil a spiegare che il testo che detassava gli straordinari era poi stato contraffatto a sua insaputa. Allora, però, c’era Cesare Damiano al ministero e una segreteria della Cgil ancora operante collegialmente, e quello svarione fu corretto e dimenticato.
Oggi invece il danno creato con Alitalia appare irrimediabile e, quando si vedrà che l’illusione di un soccorso di Lufthansa era una fanfaluca messa in giro solo per ragioni propagandistiche e decine di migliaia di posti di lavoro saranno davvero in forse, l’isolamento della Cgil diventerà un fattore permanente del quadro politico e sindacale.
Anche sugli altri tavoli aperti per l’autunno, riforma dei contratti e pubblico impiego, la frattura tra le confederazioni realizzata su Alitalia avrà molta influenza. I sindacati moderati, ma sarebbe meglio chiamarli semplicemente ragionevoli, ormai si preparano a una stagione di accordi separati, anche se dicono il contrario nelle sedi ufficiali. Il sindacato italiano, tanto potente e tanto poco capace di salvaguardare il reddito dei lavoratori, rischia di subire uno schianto. Cisl e Uil vogliono evitarlo, la Cgil non si sa.
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